La campagna di Solidarity Collectives in Italia, che prevede una prima tappa al Cecchi Point di Torino il 1 aprile — fnalizzata alla raccolta di fondi per droni e mine — rappresenta un ulteriore passo nella normalizzazione del militarismo dentro gli spazi della “sinistra”. Ciò che questi sedicenti anarchici arruolati nell’esercito di Zelensky presentano come “solidarietà” con la popolazione ucraina si traduce, nei fatti, in un sostegno materiale diretto all’apparato militare di uno Stato, sostenuto dalla NATO. In questo passaggio si consuma una rottura fondamentale: dalla solidarietà tra sfruttati e sacrifcati, al rafforzamento di strutture gerarchiche e coercitive al servizio del tecno-capitale e delle élite.

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La realtà è ben diversa da quella propagandata dai sostenitori della guerra. In Ucraina, come in Russia, cresce un fenomeno concreto di rifuto di un confitto che ha già prodotto due milioni tra morti, feriti e dispersi: diserzione, renitenza alla leva, sabotaggi individuali e collettivi, resistenza in strada ai rastrellamenti dell’esercito di uomini imprigionati dentro i confni e sottoposti a legge marziale. Questo rifuto, invisibilizzato nel discorso dominante, rappresenta una delle principali linee di frattura interne alle società trascinate nella guerra.
Non esiste alcuna “resistenza popolare” generalizzata: una parte crescente della popolazione non vede differenze sostanziali tra i poteri che la opprimono o la opprimeranno, «due caserme di una stessa prigione». Si moltiplicano le diserzioni e gli abbandoni delle unità militari da parte di chi è mandato a morire al fronte, che talvolta attacca i propri comandanti e reclutatori: segnali evidenti di una decomposizione interna degli stessi eserciti, che infatti non solo mobilitano i detenuti e i malati, ma ricorrono a droni per sopperire alla mancanza di uomini o per inseguire chi fugge rischiando la vita attraverso i Carpazi.
È questo processo reale di confitto e insubordinazione agli ordini delle élite, questo rifuto popolare concreto, che un punto di vista internazionalista e disfattista dovrebbe sostenere. Non la raccolta fondi per droni e mine destinati all’esercito e alle potenze occidentali. Non il rafforzamento della capacità distruttiva degli apparati bellici mistifcata come “resistenza anti-autoritaria”. Sostenere materialmente chi prende ordini dagli uffciali militari signifca schierarsi contro chi si rifuta di morire per lo Stato, contro chi si sottrae alla mobilitazione totale, contro chi ne attacca gli ingranaggi. Signifca contribuire al rafforzamento delle capacità di controllo e violenza da parte di chi comanda e dell’apparato tecnologico che le sostiene, oggi accompagnato da una retorica sull’emancipazione femminile in uniforme e sull’anti-patriarcato sotto autorità militare. Eppure sono anche le donne a mettersi di mezzo nelle strade contro i militari che cercano di catturare e arruolare con la forza i giovani.
Il disfattismo rivoluzionario non è una posizione morale, ma di classe, di chi sta in basso e lotta contro la macchina che lo sfrutta o sempre più lo elimina. Come ha scritto Simone Weil, la guerra è innanzitutto un fatto di politica interna: consolida il controllo, la disciplina e la subordinazione all’interno della società. Qual è la posizione di Solidarity Collectives rispetto all’oligarchia ucraina e al potere statale di cui rafforzano concretamente la capacità militare? Qual è la posizione dei loro sostenitori rispetto al governo italiano e alla macchina scientifca-militare-industriale occidentale, che si alimenta di bombardamenti e genocidi per sviluppare e testare nuove armi tecnologiche usate anche qui?
La retorica della “resistenza” serve così a occultare una realtà meno nobile: si chiede di fnanziare apparecchi di morte destinati a una macchina industriale-militare gerarchica e coercitiva tanto sul fronte esterno quanto su quello interno. In Ucraina, questa macchina rastrella uomini per strada, reprime chi si sottrae alla leva, e trasforma il terreno in un laboratorio di sperimentazione per tecnologie militari avanzate, basate sull’intelligenza artifciale, al servizio del capitale mondiale. Ciò che viene testato e perfezionato lì, in forme spesso “artigianali” e a fliera corta, trova poi applicazione qui come altrove, nei dispositivi di controllo delle frontiere, nelle operazioni di polizia, nei sistemi militari occidentali.
Il nemico dunque non è “lontano”, ma innanzitutto “a casa propria”. Non è il soldato dall’altro lato del fronte, ma l’insieme delle relazioni sociali e dei dispositivi che, qui e ora, servono a sfruttare, controllare ed eliminare chi è considerato una minaccia o una eccedenza per il totalitarismo tecno-capitalista. Per questo, oggi più che mai, la linea di frattura non passa tra Est e Ovest, ma tra chi sostiene questa guerra e chi sostiene il suo rifuto: tra chi si schiera con gli eserciti statali e le loro tecnologie – anche travestendo questa adesione con una A cerchiata – e chi invece si rifuta di partecipare a questo meccanismo. La risposta non può essere l’indifferenza. E’ necessario prendere posizione, difendersi e agire contro la sinistra guerrafondaia. Al fanco di tutti i disertori.
24 marzo 2026
Le date fnora note per la campagna di Solidarity Collectives in Italia sono:
1 aprile Torino, 2 aprile Bari, 8 aprile Padova, 10 aprile Bologna, 12 aprile Milano.
Di seguito, per approfondire, due testi pubblicati sul quarto numero di Disfare.